Essere copy, in questo momento storico, va oltre il saper usare fluentemente le parole.

Significa guardarsi riflessi sullo schermo del proprio computer, ogni giorno per molte ore, e sentire l’importanza di ciò che si scrive (ne ho parlato proprio qui giusto un mese fa). Come fosse l’investitura per un cavaliere, hai presente?

Non so se ti succede, ma a me è capitato (e capita) di avvertire un po’ questa pressione. Un mercato saturo, tutti-che-ne-sanno-sempre-più-di-te, clienti che vogliono risultati oggi-per-oggi, equilibri duramente raggiunti sconvolti dall’ultimo trend.

Quando ho iniziato (lo so, sono passati dieci anni. Anzi… hai letto il mio blog post su questo?), era tutta una questione di tecnica, strategia e creatività. Oggi, significa anche navigare in una marea di contenuti governati dagli algoritmi e conditi dall’AI.

Rischiando – aggiungerei inevitabilmente – di perdersi nella logica del fare di più, rincorrendo tendenze e KPI fino a dimenticare il cuore del lavoro: le parole come strumenti di senso, relazione e significato.

Il copywriting non può ridursi a scrittura persuasiva o vendita mascherata da storia. Un po’ come Baby nel film Dirty Dancing, che “nessuno poteva mettere in un angolo”.

È capire che ogni dettaglio ha un suo peso specifico (detto da una che riflette bene anche prima di mettere una reaction ai messaggi su WhatsApp). Che ogni frase comunica qualcosa in più di quello che dice intenzionalmente.

Simona intenta a scrivere con la sua penna gialla

Molti copywriter intorno a me si stanno chiedendo se fanno solo ciò che funziona o se stanno apportando un valore reale.

Succede perché chi scrive testi viene visto, il più delle volte, come una macchina da contenuti in qualche modo slegata dalla sua dimensione interna. Quella che pensa. Quella che sente.

Ed è qui che parte lo scollamento creativo di quando vuoi dare qualcosa in più, ma ti senti in obbligo nel seguire i trend virali di scrittura.

Anch’io ho avuto i miei giorni di lotta tra l’assecondare l’algoritmo o continuare quella via impervia, ma imprescindibile, di metterci del mio. Ho scelto la seconda, certamente per quel caratterino che tanti dicono di vedere in me, ma anche perché avevo margine per poterlo fare.

E se quel margine non lo avessi avuto? Testarda e orgogliosa come sono (sì, lo so, ho proprio tutti i pregi), sarei andata avanti per la mia strada lo stesso.

Perché se c’è una cosa che ho capito è che i momenti di crisi vanno trasformati in tempi di riflessione. Senza ignorarli. Senza trincerarsi dietro il mondo, il mercato o il buon senso che “vogliono così”.

Lavorare con le parole significa anche sapere dire quei famosi “no” che ti fanno osservare, capire, scegliere con cura ogni frase, ogni cosa… comprese le reaction su WhatsApp di cui sopra.

Una macchina da scrivere gialla con tanti fogli bianchi sparsi intorno

Il mondo è cambiato, non possiamo negarlo. L’Intelligenza Artificiale fa parte delle nostre vite, del nostro lavoro, della comunicazione sotto tutti i punti di vista. Lo sappiamo bene.

Ma a costo di dire un’ovvietà, questa cosa devo scriverla: anche la formazione più aggiornata, il miglior corso di copywriting o il tool più sofisticato non sostituiranno mai il cuore che ciascuno di noi può mettere.

Me ne accorgo con le persone che affianco. Con l’animale da palcoscenico che comunque teme i riflettori; con chi ha mille idee in testa e zero coraggio di scriverle. Con chi rimanda, e rimanda, e rimanda… perché pensa di non essere abbastanza.

In questi frangenti, a fare la differenza, è l’aspetto umano. Di chi accompagna senza imporre, supporta senza forzare, dà sicurezza a chi ha bisogno di fiducia nelle sue stesse parole.

Di chi guarda con gioia sincera clienti o partner brillare sul palco, ma dalle ultime file. Per non farsi vedere con gli occhi lucidi.

Questo è ciò che rende vero il mio lavoro. Non (solo) il claim che funziona, non (solo) la velocità di scrittura, non (solo) l’uso di tutte le dashboard esistenti. Ma il senso. Sempre il senso che mettiamo e che diamo alle cose.

Una scrivania in legno con appoggiate sopra lettere, cartoline, appunti e un vasetto di fiori bianchi

Se anche tu stai sentendo questa sorta di peso, sappi che è una condizione abbastanza diffusa. Perché comunicare significa fare delle scelte che, il più delle volte, sono difficili.

Significa non correre dietro a ogni novità, fermandosi a riflettere su ciò che vogliamo veramente che rimanga.

Dal mio punto di vista, ogni parola è un bivio che porta a una strada. Ogni frase è una responsabilità che porta a escludere qualcosa. E vivere i testi o la comunicazione in generale così, è il vero plus che ci consente di avere una voce in capitolo veramente riconoscibile.

Ed è per questo che voglio farti una domanda. Senza giudizio e non per mera curiosità, quanto piuttosto per provare a darti una mano nel capire dove sei (o dove pensi di essere).

In questo preciso momento, se ti metti la mano all’altezza del cuore, senti di stare davvero scegliendo le tue parole?

Vita da Copyteller.
Il blog di Simona.

Un focus formato blog con le notizie sul mondo della comunicazione, i temi caldi, le voci che seguo con interesse e gli eventi a cui partecipo.

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