Cosa fa una copywriter a Vittorio Veneto quando non è a Vittorio Veneto? Spoiler: si riposa.
Ma non come immagineresti.
Essere una copywriter freelance significa scrivere testi, progettare strategie, ideare campagne, pensare ai clienti.
Ma cosa succede quando la copy in questione prende e parte per le vacanze estive, lontana da quel generoso Nord-Est che da dodici anni la ospita?
Succede che sale in macchina con marito e bimbo, imboccando la A4 per lanciarsi in un viaggio chilometrico che ha tutto il gusto di un’epopea: Vittorio Veneto – Napoli. Una traversata degna di Ulisse, con i caselli autostradali al posto delle sirene.

Valigie intelligenti, playlist infinite, un Michele emozionatissimo e un’unica certezza. Casa mi aspettava.
Ma non senza qualche imprevisto. Perché sono partita, o meglio mi sono imbarcata sulla nave per Palermo… senza voce. Per dirla alla mia maniera: “sono scesa che avevo la peste.”
Fortunatamente, le coccole culinarie della mamma mi hanno rimessa in piedi. Pesce spada, peperoni ripieni, gâteau di patate: aggiungiamoci l’aria di mare e l’affetto dei pochi, cari amici incontrati “quando la peste è finita”, ed ecco che la copywriter in panne è tornata in carreggiata.

Come immaginerai bene, non è estate se non ho almeno un libro in valigia. Soprattutto se ne ho di rimasti in sospeso da mesi, in stand-by tra una videochiamata e una scadenza. Palermo è stata la cornice perfetta per recuperare.
Se c’è una cosa che impari vivendo con le parole, è che non esistono ferie per le idee: loro arrivano quando vogliono, spesso in costume da bagno e con le dita sporche di crema solare. E i libri, in questo, aiutano sempre. Così, tra una nota presa al volo sul telefono e una riflessione sottolineata con la mia solita matita rossa, ho lasciato fluire pensieri e ispirazioni insieme alle onde del mare di Mondello.
E lì, spaziando dai gridolini di Michele – felicissimo di essere dai suoi “nonni del mare” – alle brioches col tuppo (rigorosamente “schitte”, cioè vuote), ho realizzato che le vacanze di una copywriter sono più simili a un brainstorming en plein air che a un vero stop.
La mattina della (ri)partenza, con la macchina già piena e lo sguardo carico di malinconia, salutare mio padre alle prime luci dell’alba è stato come sempre un colpo al cuore. Il solito momento dove con gli occhi ti dici tutto, ma a parole non ti dici niente.
Poi, il traghetto da Messina, con quella strana sensazione che conoscono bene i fuori sede: quando torni al Nord hai sempre l’impressione di lasciare un pezzo di te sull’isola. Come se stessi quasi dimenticando qualcosa.

Lo chiamo “cuore diviso due”: da un lato, la vita costruita – e in costruzione – come copywriter professionista fatta di progetti, clienti, eventi; dall’altro, le radici, gli affetti, la cucina di mia madre, la mia casa, il mare che ricorda l’infanzia e sa di libertà.
Quel momento, mentre la nave si staccava piano dal porto, è stato un mix di nostalgia e gratitudine. Perché sì, fa male lasciare, ma è proprio in quella punta di dolore che si misura la bellezza di ciò che hai vissuto.
La ciliegina sulla torta di questa storia? Che al ritorno le soddisfazioni lavorative non si sono fatte attendere. Una volta a Vittorio Veneto, con la testa ancora piena di ricordi e il cuore a metà, mi sono tuffata di nuovo nel lavoro con un bellissimo attestato a primo giorno di rientro.
“Il cliente è contentissimo di te. Ha detto che si trova molto bene, che sei brava”.
Io, altrettanto contenta, ho ringraziato con la solita timidezza che sto cercando di combattere. Ma che, forse, non sconfiggerò mai del tutto. E qui arriva la magia di settembre, tra progetti nuovi, clienti entusiasti, collaborazioni che profumano di futuro. Come se l’energia accumulata a Palermo, tra mare e famiglia, si fosse trasformata in carburante creativo.
Per una copywriter in Veneto le vacanze non sono una parentesi: sono un generatore di idee. E questa estate mi ha confermato quanto sia fondamentale staccare, vivere qualche giorno anche isolandosi dalle notifiche e tutto, per rimettere in circolo le emozioni. Perché poi, quelle stesse emozioni, finiscono dentro le parole che scrivo.
Dentro quei testi che raccontano storie.

